Il petrolio ha aperto la settimana in rialzo dopo che Donald Trump ha respinto la proposta iraniana per fermare le ostilità e riaprire pienamente lo Stretto di Hormuz. Nei primi scambi asiatici del 28 settembre, il Brent è salito di circa l’1,7%, portandosi intorno a 106 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate ha superato i 93 dollari.

La reazione dei mercati riflette il timore che il negoziato tra Washington e Teheran possa restare bloccato. Hormuz continua a essere la leva più importante dell’Iran: attraverso lo stretto passa una quota essenziale delle esportazioni energetiche del Golfo, e anche un’interruzione parziale può generare forti movimenti dei prezzi, dei noli e delle assicurazioni marittime.

Il quadro fisico dell’offerta è però meno negativo di quanto suggerisca la sola tensione diplomatica. I dati sui carichi indicano un aumento delle esportazioni dei principali produttori mediorientali durante settembre. Arabia Saudita ed Emirati hanno contribuito in modo decisivo alla ripresa, modificando rotte e logistica per compensare i danni e le interruzioni che hanno interessato il sistema saudita East–West e il terminale di Yanbu.

Il mercato vive quindi due dinamiche opposte. Da una parte, il fallimento di un’intesa su Hormuz mantiene elevato il premio di rischio. Dall’altra, la capacità dei produttori di continuare a caricare greggio riduce per ora il pericolo di una carenza immediata. È questa combinazione a rendere le quotazioni estremamente sensibili a ogni dichiarazione o incidente.

Il problema è che l’equilibrio resta fragile. Se i flussi vengono mantenuti grazie a deviazioni, trasferimenti tra navi e maggiore utilizzo dei terminali del Golfo, un nuovo attacco contro oleodotti, porti o petroliere potrebbe eliminare rapidamente il margine di sicurezza. Al contrario, la riapertura stabile di Hormuz o una ripresa credibile dei colloqui USA–Iran potrebbe ridurre il premio geopolitico in tempi molto brevi.

Per l’Italia le conseguenze sono dirette. Petrolio e prodotti raffinati incidono sui prezzi dei carburanti, sul trasporto delle merci, sulle assicurazioni e sull’inflazione. Inoltre la rotta Hormuz–Bab el-Mandeb–Suez collega il Golfo al Mediterraneo: una crisi simultanea nei due stretti penalizzerebbe soprattutto l’Europa meridionale e i porti italiani.

Nelle prossime ore conteranno più i movimenti reali delle petroliere che le dichiarazioni generiche. I punti da osservare sono il numero di passaggi, la sicurezza dei terminali sauditi, le condizioni poste da Teheran e l’eventuale presentazione di una proposta americana modificata.

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