Il traffico navale nello Stretto di Hormuz è sceso a livelli eccezionalmente bassi. Nelle ultime rilevazioni sono state individuate soltanto quattro navi, contro una media recente di circa diciotto transiti giornalieri.

Nessuna delle unità osservate era una grande petroliera per il greggio o una metaniera. Alcune imbarcazioni potrebbero avere attraversato lo stretto con i sistemi di identificazione spenti, ma il dato conferma comunque una contrazione profonda dei movimenti commerciali.

Da Hormuz passava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto trasportati nel mondo. Quando questa rotta rallenta, gli esportatori del Golfo devono affidarsi a oleodotti e terminal alternativi, che non possiedono capacità sufficiente per sostituirla completamente.

La pressione si trasferisce rapidamente sui prezzi, sulle assicurazioni marittime e sulla disponibilità delle navi. Raffinerie e importatori europei sono costretti a cercare forniture più lontane, aumentando tempi e costi logistici.

Per l’Italia la crisi riguarda carburanti, produzione industriale e sicurezza degli approvvigionamenti. La combinazione tra Hormuz, Mar Rosso e Suez mostra quanto il Mediterraneo dipenda da passaggi marittimi esterni che possono essere bloccati da conflitti regionali.

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