Donald Trump ha respinto pubblicamente il piano iraniano per riaprire lo Stretto di Hormuz e avviare una tregua regionale. La dichiarazione del presidente statunitense, pronunciata il 26 settembre alla Casa Bianca, riduce le aspettative di una soluzione rapida alla crisi che limita la navigazione in uno dei passaggi energetici più importanti del mondo.
La proposta era stata presentata dall’Iran durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite e trasmessa a Washington attraverso la mediazione del Qatar. Secondo il ministro degli Esteri Abbas Araqchi, avrebbe avviato un conto alla rovescia di sette giorni verso la riapertura dello stretto e una pausa nei combattimenti, creando le condizioni per negoziati più ampi.
Trump ha definito il piano inaccettabile. Teheran afferma però che i mediatori non hanno ancora comunicato un rifiuto ufficiale. La distinzione è sostanziale: il no politico del presidente è confermato, mentre non è dimostrata la chiusura del canale indiretto con il Qatar.
Restano profonde divergenze su blocco navale, sanzioni, attività nucleari iraniane e garanzie di sicurezza. Finché Washington e Teheran collegheranno la riapertura dello stretto a concessioni preliminari dell’avversario, ogni incidente navale o nuovo attacco potrà interrompere il dialogo.
La crisi ha già ridotto il traffico commerciale e aumentato premi assicurativi, rischi operativi e incertezza sulle rotte. Attraverso l’area passano petrolio, gas naturale liquefatto, prodotti raffinati e materie prime decisive per le economie asiatiche ed europee.
Per l’Italia l’interesse è molto alto: Hormuz incide sul costo dell’energia, dei carburanti, dei noli e delle assicurazioni marittime. Un’interruzione prolungata può trasferirsi rapidamente sui prezzi industriali, sulla logistica e sull’inflazione. I prossimi segnali da verificare sono la risposta formale del Qatar, eventuali modifiche al piano iraniano e il traffico reale nello stretto.



