Il fatto e il contesto

Cinque cittadine italiane sono state fermate il 22 ottobre dalle forze israeliane nel villaggio di al-Bweib, a sud di Hebron, mentre accompagnavano agricoltori palestinesi impegnati nella raccolta delle olive. La Farnesina è intervenuta attraverso l’ambasciata a Tel Aviv e il consolato generale a Gerusalemme, chiedendo chiarimenti e il rilascio delle connazionali.

Il numero delle italiane è stato precisato nel corso della serata. Il primo comunicato del Ministero riportava la conferma israeliana di quattro cittadine; gli aggiornamenti successivi, riferiti da DIRE e LaPresse, indicano cinque donne. Le connazionali risultavano nella stazione di polizia di Kiryat Arba. Il consolato ha chiesto di poterle contattare e incontrare, mentre erano segnalati interrogatori e il sequestro dei telefoni.

La polizia israeliana sostiene che il gruppo fosse entrato senza coordinamento in un’area militare chiusa e avesse rifiutato le indicazioni dei militari. Nel suo resoconto parla complessivamente di undici attivisti stranieri e un palestinese fermati e prospetta l’espulsione degli stranieri. Sono affermazioni delle autorità israeliane sulle ragioni del provvedimento, non un accertamento giudiziario delle responsabilità individuali.

Le conseguenze

La priorità diplomatica italiana riguarda la possibilità di verificare direttamente condizioni e posizione delle connazionali e ottenere una soluzione rapida. L’eventualità di un rilascio seguito da espulsione è stata comunicata alle rappresentanze italiane, ma negli aggiornamenti disponibili non risultano garanzie sui tempi. Per questo annuncio di espulsione, libertà effettiva e rientro in Italia restano passaggi differenti.

La vicenda porta sul piano consolare la tensione intorno alla presenza di volontari internazionali accanto alle comunità palestinesi. I prossimi elementi decisivi saranno l’accesso dei funzionari italiani alle cinque donne, la formalizzazione delle misure e la comunicazione delle autorità sul loro eventuale rilascio.

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