Le forze ucraine hanno annunciato di aver colpito la raffineria di Ilsky, nella regione russa di Krasnodar, durante una nuova notte di attacchi a lunga distanza. Immagini e segnalazioni locali hanno mostrato un incendio nell’area dell’impianto, mentre le autorità regionali russe hanno riferito di droni contro strutture industriali.
La raffineria ha una capacità progettuale di circa 6,6 milioni di tonnellate di greggio l’anno ed è uno degli impianti importanti del sud della Russia. La posizione, vicina al Mar Nero e alle direttrici logistiche del Caucaso, le attribuisce valore economico e operativo.
Kiev presenta queste operazioni come esercizio del diritto alla difesa e come strumento per ridurre la capacità economica e logistica russa. Colpire le raffinerie non elimina la produzione di greggio, ma può ridurre temporaneamente benzina e diesel, aumentare i costi di riparazione e costringere Mosca a ridistribuire scorte.
Fonti ucraine sostengono che diverse unità di raffinazione primaria siano state danneggiate e che l’impianto abbia sospeso le operazioni. È una rivendicazione di parte: non è ancora disponibile una valutazione indipendente sulla capacità rimasta operativa o sui tempi di ripristino.
L’attacco si inserisce in una dinamica più ampia. La Russia usa droni sempre più sofisticati contro città, reti energetiche, ferrovie e porti ucraini; Kiev risponde contro raffinerie, depositi, porti e industrie militari russe. Le proposte di tregua sugli obiettivi energetici non hanno prodotto un meccanismo stabile.
Per l’Italia la campagna contro la raffinazione russa pesa su un mercato dei prodotti petroliferi già teso. Una minore offerta di diesel influenza prezzi globali, rotte commerciali e costi logistici. Servono conferme indipendenti sui danni a Ilsky e va seguita un’eventuale nuova restrizione russa alle esportazioni di carburanti.



