Per Massimo D’Alema, l’unità europea è una necessità concreta in un mondo in cui il peso economico e politico dell’Occidente è destinato a ridursi. Intervistato da Giuseppe De Filippi il 30 ottobre a Economica 2026, a Roma, l’ex presidente del Consiglio ha sviluppato questa tesi su più fronti: l’ascesa delle nuove potenze, la demografia, i rapporti con gli Stati Uniti, le guerre in Ucraina e in Medio Oriente e la competizione tecnologica. La sua idea di unità comprende la politica estera e la difesa, oltre alla capacità di mettere insieme risorse industriali, investimenti e ricerca.

D’Alema parte dal cambiamento delle gerarchie economiche. Richiama le proiezioni di Goldman Sachs al 2075 per descrivere un mondo nel quale, accanto a Cina e Stati Uniti, l’India e altri Paesi emergenti acquistano un peso crescente. Cita Indonesia, Pakistan, Nigeria e Brasile per rendere l’idea di quanto possano cambiare le dimensioni relative delle economie. Nella sua lettura, l’Unione può conservare una forza negoziale che i singoli Stati europei, presi separatamente, faticano a esercitare. Per questo considera il ritorno dei nazionalismi una scelta che indebolirebbe anche i Paesi che la promuovono. Richiama Il mondo di ieri di Stefan Zweig per ricordare come i nazionalismi abbiano già lacerato il continente.

La demografia è il secondo elemento del ragionamento. D’Alema richiama uno scenario di forte invecchiamento in assenza di flussi migratori e lega la riduzione della popolazione in età lavorativa alla sostenibilità dei sistemi produttivi, previdenziali e di welfare. La domanda che pone è come organizzare l’accoglienza e l’integrazione di chi arriva. Riconosce la complessità di un processo di questa portata e indica nell’istruzione e nelle politiche di integrazione due strumenti per affrontarlo.

Sul rapporto con Washington, l’ex premier sostiene che gli interessi europei e americani coincidano meno spesso di quanto accadesse in passato. A suo giudizio, l’impostazione nazionalista dell’amministrazione statunitense rende più visibile questa divergenza. Considera l’alleanza con gli Stati Uniti un riferimento da preservare e chiede ai governi europei di far valere i propri interessi al suo interno. Tra questi colloca il mantenimento di un sistema aperto di relazioni internazionali. La battuta sul rischio di finire a comprare petrolio russo dagli americani a un prezzo più alto illustra il costo che, secondo lui, l’Europa può pagare quando si adegua a decisioni prese altrove.

La guerra in Ucraina è il primo esempio della debolezza diplomatica europea. D’Alema contesta che Washington e Mosca possano discutere di una possibile soluzione mentre l’Europa resta ai margini di un confronto che riguarda direttamente la sua sicurezza. In Medio Oriente critica la scarsa iniziativa europea di fronte alla politica del governo Netanyahu. Richiama le conseguenze per la popolazione palestinese e il rischio di un deterioramento duraturo dei rapporti con il mondo arabo e musulmano. Collega inoltre le due guerre al malessere delle società europee e alle proteste giovanili. Nella sua lettura, gli effetti dei conflitti si avvertono nei prezzi, ma anche nel modo in cui i più giovani guardano al futuro.

D’Alema richiama la propria esperienza diplomatica sul Libano per spiegare come può nascere un’iniziativa comune. Nel suo racconto, i governi europei coinvolti si consultarono direttamente, con un ruolo particolare dell’Italia. I ministri degli Esteri costruivano una posizione condivisa e coinvolgevano poi Javier Solana, allora responsabile della politica estera europea. Le istituzioni comuni, secondo D’Alema, acquistano forza quando i governi sono pronti a sostenere insieme una linea diplomatica. Da qui anche la critica a Roma: l’ex premier riconosce che l’attuale maggioranza italiana si sia inserita nel dialogo europeo, ma giudica il governo più incline a frenare l’integrazione che a promuoverla.

Lo stesso problema di scala torna quando l’intervista passa alla tecnologia. D’Alema indica Stati Uniti e Cina come i principali poli dell’innovazione nell’intelligenza artificiale e invita a distinguere la portata della trasformazione dalle aspettative finanziarie che la accompagnano. Per l’Europa propone di mettere in comune le capacità di ricerca già presenti nei singoli Paesi. Cita la fisica e il calcolo quantistico come ambiti in cui l’Italia dispone di competenze riconosciute a livello internazionale. Racconta di aver interpellato scienziati che lavorano nelle università italiane e che, a loro dire, ricevono più attenzione dagli Stati Uniti e dalla Cina che in Italia. L’episodio pone una domanda concreta: come collegare la ricerca a investimenti e progetti industriali in grado di competere su scala globale?

D’Alema si chiede anche chi controlli l’innovazione e come i suoi benefici si diffondano. A suo giudizio, concentrare tecnologie, brevetti e risorse in poche imprese private pone un problema democratico e può limitare la diffusione delle nuove tecnologie nel resto dell’economia. Nel confronto con la Cina insiste sul ruolo delle università pubbliche e sul trasferimento dei risultati della ricerca alle imprese manifatturiere. Da qui la richiesta di un indirizzo pubblico più forte per orientare gli investimenti e favorire la diffusione delle innovazioni.

La risposta finale è rivolta agli studenti del liceo Cannizzaro presenti in sala. D’Alema vede un segnale positivo nella partecipazione dei giovani e nella solidarietà espressa verso i palestinesi. Vorrebbe che a quella mobilitazione si accompagnasse anche una domanda politica europea. Richiama il futuro peso demografico della Nigeria e la distanza tra la sua popolazione giovane e quella di un’Europa che invecchia per descrivere il mondo in cui vivranno quegli studenti. L’Europa che li aspetta, dice, dipenderà da quella che sapranno costruire. La sua proposta è un’Unione capace di far valere i propri interessi e sostenere i propri valori attraverso il dialogo.

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