La Libia ha ripristinato il flusso di greggio lungo l’oleodotto che collega il grande giacimento di Sharara a Zawiya. La National Oil Corporation ha annunciato la riapertura della valvola 7, chiusa per cinque giorni da gruppi armati, e l’avvio delle procedure per riportare gradualmente il sistema alle normali condizioni operative.

Secondo la compagnia statale, la produzione perduta ha raggiunto 942.376 barili, per un valore vicino a 95 milioni di dollari. La riduzione delle forniture aveva inoltre costretto la raffineria di Zawiya a fermare una delle proprie unità.

Sharara è uno dei principali giacimenti del Paese. Il collegamento con Zawiya serve approvvigionamento interno ed esportazioni: una chiusura localizzata può quindi ridurre le entrate statali, colpire la raffinazione e aumentare l’incertezza per i compratori internazionali.

L’episodio nasce da una disputa con gruppi legati alla Petroleum Facilities Guard e ad altre strutture armate dell’ovest libico. Le rivendicazioni riguardano controllo amministrativo, collocazione istituzionale e risorse. La riapertura dimostra che è stata raggiunta un’intesa operativa, non che il conflitto politico sia risolto.

Il sistema resta vulnerabile perché valvole, campi, porti e raffinerie possono trasformarsi in strumenti di pressione nelle dispute sul potere e sulla distribuzione delle rendite. Ogni ripresa produttiva rimane quindi reversibile finché non vengono stabilizzati gli accordi di sicurezza.

Per l’Italia la stabilità energetica libica è un interesse diretto. La Libia è un vicino strategico, un fornitore energetico e un nodo centrale del Mediterraneo. Ora vanno verificati il ritorno di Sharara ai livelli precedenti, il riavvio completo della raffineria e la tenuta dell’accordo con i gruppi armati.

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