Il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping si svolge a Washington in un contesto cambiato rispetto all’incontro di maggio a Pechino. Nel saggio Thinking About the US-China summit, pubblicato il 24 settembre da Geopolitical Futures, George Friedman individua nella guerra in Iran la variabile che modifica il negoziato tra le due potenze. Qui ricostruiamo la sua argomentazione e ne distinguiamo le ipotesi dai fatti accertati.

La tesi di partenza è economica. Secondo Friedman, nessuna delle due potenze ha oggi interesse a una guerra diretta con l’altra: il rapporto commerciale conta più della dimensione militare. La Cina produce più di quanto possa assorbire il mercato interno e ha bisogno della domanda estera; gli Stati Uniti restano un compratore decisivo. Il conflitto iraniano, facendo salire i costi dell’energia e indebolendo la domanda, accresce la pressione su entrambe le economie.

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