Il progetto Baleine, uno dei principali sviluppi energetici recenti dell’Africa occidentale, amplia la propria compagine internazionale. Il 16 settembre Eni ha comunicato di aver completato la cessione a SOCAR di una partecipazione del 10%. Dopo l’operazione, le quote risultano distribuite tra Eni, che conserva il 37,25%, Vitol con il 30%, la società ivoriana Petroci con il 22,75% e la compagnia statale azera con il 10%.
L’ingresso di SOCAR rafforza il legame energetico tra Azerbaigian, Italia e Africa occidentale. Per Eni la vendita rientra nel modello di gestione del portafoglio con cui il gruppo valorizza scoperte e progetti, facendo entrare nuovi partner e mantenendo al tempo stesso una partecipazione industriale rilevante. Il comunicato non indica il valore economico della transazione; sarebbe quindi improprio stimarlo senza ulteriore documentazione.
Eni è presente in Costa d’Avorio dal 2015. Baleine è stato scoperto nel 2021 e ha avviato la produzione nel 2023, una tempistica particolarmente rapida per uno sviluppo offshore. Secondo i dati della società, le prime due fasi producono complessivamente oltre 57 mila barili di petrolio al giorno e più di 78 milioni di piedi cubi di gas. La terza fase punta a portare la capacità a 150 mila barili e 200 milioni di piedi cubi di gas al giorno.
La componente gas è importante per il mercato ivoriano, perché può sostenere la generazione elettrica e ridurre l’esposizione del Paese alle importazioni. La produzione petrolifera colloca invece Baleine tra gli asset in grado di modificare il profilo energetico regionale. Eni definisce Baleine il primo progetto upstream africano a emissioni nette zero: è una qualificazione aziendale e come tale va attribuita alla società.
Per l’Italia il progetto combina presenza industriale, diversificazione delle relazioni energetiche e competizione per gli asset africani. L’operazione non riguarda direttamente nuove forniture al mercato italiano, ma mostra come le società nazionali costruiscano alleanze di capitale attorno a risorse strategiche. Il nodo futuro sarà misurare l’effettiva ricaduta sul sistema ivoriano, la sostenibilità ambientale e il rispetto delle tappe produttive annunciate.
