Cuba e Stati Uniti mantengono canali di comunicazione, ma non stanno svolgendo negoziati formali: è la posizione espressa dal diplomatico cubano Jorge Torres Rivera in un'intervista Reuters del 5 ottobre. La precisazione contrasta con la descrizione di trattative offerta da Donald Trump. Entrambe sono posizioni attribuite, non la prova di un accordo già definito.
Torres Rivera distingue i contatti attraverso interlocuzioni diplomatiche da un processo negoziale con un'agenda condivisa. La differenza conta: comunicare permette di trasmettere messaggi e chiarire posizioni; negoziare implica affrontare condizioni, concessioni e possibili risultati. Un canale aperto non autorizza dunque a scrivere che le parti abbiano avviato un'intesa complessiva.
Nel resoconto Reuters, Casa Bianca e Dipartimento di Stato non avevano risposto immediatamente alla richiesta di commento. Manca quindi in quella sede una replica americana alla distinzione proposta dal diplomatico cubano. Per confrontare le posizioni serve una dichiarazione verificabile riferita a questi contatti, senza assimilare automaticamente comunicazioni e trattative.
Il rappresentante cubano indica come limite le richieste di modificare il sistema politico dell'isola. È una posizione di Havana, non una descrizione neutrale delle condizioni poste dall'altra parte. Sullo sfondo restano le pressioni economiche e il deterioramento dei rapporti: il mantenimento di un contatto può essere utile anche quando le divergenze restano profonde.
L'analisi non interpreta i contatti come disgelo già riuscito né come prova di rottura definitiva. Una comunicazione può servire a gestire rischi senza produrre compromessi. I segnali da verificare saranno eventuali incontri ufficialmente annunciati, un'agenda concordata e decisioni concrete. Restano quindi contatti secondo Cuba, mentre l’esistenza di negoziati formali è contestata.



