I fatti e il contesto
Cina e Gibuti hanno affermato che tutti i Paesi dovrebbero poter esercitare la libertà di navigazione nel Mar Rosso e nello Stretto di Bab el-Mandeb. La dichiarazione comune, riferita il 22 ottobre dopo l’incontro dei ministri degli Esteri a Pechino, esprime preoccupazione per il deterioramento della sicurezza. È un’iniziativa diplomatica: non l’annuncio verificato di un nuovo pattugliamento o di una missione congiunta.
Il tema riguarda un passaggio che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e alle rotte dell’Oceano Indiano. Per i traffici che proseguono verso Suez, sicurezza nel tratto meridionale e accessibilità del canale sono componenti della stessa catena logistica. Proteggere un singolo nodo non garantisce automaticamente la regolarità dell’intero percorso.
La posizione di Gibuti rende il Paese un interlocutore naturale nella discussione sulle rotte. Per Pechino, la continuità dei collegamenti marittimi si intreccia con interessi commerciali e presenza internazionale. Questi interessi spiegano la rilevanza della dichiarazione senza dimostrare l’esistenza di un accordo militare non annunciato.
Le conseguenze strategiche
Per l’Italia la sicurezza del corridoio interessa il sistema portuale mediterraneo e i tempi delle forniture. Un eventuale ricorso a rotte più lunghe può incidere su costi, impiego delle navi e programmazione delle consegne. L’impatto concreto va però misurato sulle scelte degli operatori e sui flussi, non sulla sola formulazione diplomatica.
La differenza da osservare è quella fra un principio condiviso e misure operative: coordinamento fra Stati costieri, scambio di informazioni, protezione degli equipaggi e riduzione effettiva degli incidenti. L’utilità del confronto dipenderà dalla sua capacità di produrre condizioni più prevedibili per la navigazione.



