Volodymyr Zelensky ha respinto la proposta di organizzare elezioni durante la guerra, definendola un rischio paragonabile a uno tsunami per lo Stato. La risposta arriva dopo la richiesta avanzata dall’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, divenuta il segnale più evidente di una tensione politica interna.
Il problema non riguarda soltanto la data del voto. Milioni di cittadini sono sfollati, molti territori restano occupati e centinaia di migliaia di militari sono impegnati al fronte: garantire partecipazione, campagna elettorale e sicurezza dei seggi sarebbe estremamente complesso.
Zelensky non ha escluso il voto in assoluto. Ha indicato come condizione la capacità degli alleati di assicurare una consultazione senza attacchi e con standard democratici credibili. La richiesta sposta così parte della responsabilità dalla politica interna al sistema di garanzie occidentali.
La disputa rivela un dilemma destinato a crescere con il prolungarsi del conflitto: preservare la continuità dello Stato senza congelare indefinitamente la competizione democratica. Entrambe le scelte comportano costi politici e rischi di legittimità.
