L'industria europea lancia un nuovo allarme sulla pressione competitiva cinese. Eurometal stima che fino a 300.000 posti di lavoro manifatturieri possano scomparire entro la fine del 2026 se l'Unione non rafforzerà la propria politica industriale e commerciale.

Il presidente dell'associazione, Alexander Julius, parla di 'colonizzazione' delle catene di approvvigionamento. Il timore è che il controllo cinese sui componenti intermedi permetta a Pechino di condizionare l'intera catena del valore, dalla materia prima al prodotto finito.

La Cina registra con l'UE un surplus commerciale vicino a un miliardo di euro al giorno. Prezzi più bassi, sostegno pubblico e grande capacità produttiva spingono le imprese europee a importare componenti, ma possono anche accelerare la perdita di competenze e impianti.

Eurometal ha portato la protesta davanti alla Commissione europea con dieci bare simboliche dedicate a competitività, fabbriche e occupazione industriale. L'iniziativa chiede misure commerciali più rapide e una strategia capace di ridurre i costi energetici e regolatori.

Il problema non riguarda soltanto acciaio e metalli. Automotive, macchinari, batterie, solare ed elettronica dipendono da filiere nelle quali la Cina occupa posizioni dominanti, rendendo difficile distinguere la concorrenza efficiente dalla dipendenza strategica.

Bruxelles deve evitare due rischi opposti: una chiusura protezionistica che aumenti i prezzi e una deindustrializzazione che renda l'Europa vulnerabile. La risposta richiede investimenti, mercato unico dell'energia e strumenti commerciali mirati alle distorsioni verificabili.

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