Migliaia di persone hanno partecipato a Belgrado ai funerali di Ratko Mladić, morto mentre scontava l'ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità. La cerimonia è stata tra le più imponenti tenute in Serbia dalla fine del comunismo.

Il feretro, scortato da militari e accompagnato da una banda, ha attraversato strade gremite di persone con bandiere serbe e immagini dell'ex comandante. Alla funzione hanno preso parte ministri e personalità politiche, nonostante gli avvertimenti europei.

Mladić fu condannato per il genocidio di Srebrenica, dove nel 1995 furono uccisi circa ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi, e per l'assedio di Sarajevo, durato 43 mesi e costato circa diecimila vite.

Per molte famiglie bosniache il funerale ha rappresentato una glorificazione del responsabile delle loro perdite. La Bosnia ha annunciato il ritiro di quasi tutto il personale dell'ambasciata a Belgrado in segno di protesta.

L'Unione Europea ha definito incompatibili con i propri valori la glorificazione dei criminali di guerra, il negazionismo e il revisionismo. La vicenda pesa quindi anche sul percorso di adesione della Serbia.

A trent'anni dalla guerra, la memoria rimane un terreno di scontro politico. Senza un riconoscimento condiviso dei crimini, la riconciliazione regionale resta fragile e facilmente reversibile.

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