Il fatto
Benjamin Netanyahu e Gadi Eisenkot rivendicano entrambi la possibilità di guidare il prossimo governo israeliano dopo le elezioni del 27 ottobre. Nelle prime ore del 28, mentre lo scrutinio prosegue, non emerge una maggioranza certa. Gli exit poll descrivono uno stallo fra i due schieramenti: sono proiezioni e non il risultato definitivo delle urne.
Il contesto
Il problema politico va oltre l’individuazione del partito più votato. Per formare un esecutivo occorre una coalizione capace di ottenere il sostegno parlamentare. Un insieme di forze contrarie a Netanyahu non coincide automaticamente con un’alleanza disponibile a governare insieme: contano le compatibilità fra partiti e gli accordi che saranno effettivamente raggiunti.
Gli attori e gli interessi
La questione delle formazioni arabe pesa sui possibili equilibri. Secondo il resoconto di Associated Press, la disponibilità delle opposizioni a costruire una coalizione che le includa resta un ostacolo. Per questo la somma dei seggi attribuiti dagli exit poll ai diversi avversari del premier non basta a dimostrare che esista già una maggioranza alternativa.
Perché conta
Il passaggio elettorale interessa anche i partner esteri di Israele. La composizione del governo incide sugli interlocutori diplomatici e sulle priorità dell’esecutivo; dalle prime dichiarazioni dei leader non si possono però ricavare decisioni già adottate sui dossier regionali. Per l’Italia e l’Unione europea sarà necessario distinguere gli impegni di campagna elettorale dal programma di una coalizione costituita.
I prossimi passaggi
La prima scadenza sostanziale è il completamento del conteggio, seguito dal confronto sulla formazione del governo. Le rivendicazioni dei candidati esprimono obiettivi politici e non un’investitura conclusa. Finché risultati e intese parlamentari non saranno consolidati, attribuire la vittoria di governo a uno dei due fronti anticiperebbe un esito ancora incerto.


