Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha offerto un ritorno immediato al quadro concordato con gli Stati Uniti nel giugno 2026, ponendo però una condizione precisa: anche Washington deve riprendere integralmente gli impegni previsti dal memorandum d’intesa. La proposta riapre uno spazio diplomatico mentre gli scambi militari e le pressioni economiche alimentano il rischio di una nuova escalation.

L’intesa di giugno prevedeva una cessazione delle ostilità e l’avvio di un periodo di sessanta giorni destinato a negoziare un accordo più ampio. Durante questa finestra, Iran e Stati Uniti avrebbero dovuto affrontare i dossier che continuano a dividere le due parti: sicurezza della navigazione, programma nucleare e missilistico iraniano, sanzioni e futuro della presenza militare americana nella regione.

Uno dei punti più delicati riguarda lo Stretto di Hormuz. Teheran aveva accettato di procedere alla bonifica delle mine e di facilitare il passaggio delle navi commerciali; gli Stati Uniti, in cambio, si erano impegnati a porre fine al blocco navale. Il controllo effettivo dello stretto resta tuttavia una questione di potere, non soltanto di sicurezza marittima.

All’interno dell’Iran convivono orientamenti differenti. Pezeshkian continua a privilegiare una soluzione negoziata, mentre le Guardie Rivoluzionarie spingono per ottenere un riconoscimento più ampio del ruolo iraniano nella gestione di Hormuz. Questa divergenza limita il margine del presidente e rende ogni apertura dipendente dagli equilibri interni alla Repubblica islamica.

Per Washington, il ritorno al memorandum richiederebbe garanzie verificabili sulla libertà di navigazione e sulla riduzione delle minacce contro basi, alleati e traffico energetico. Per Teheran, invece, una tregua priva di alleggerimento economico rischierebbe di apparire come una concessione unilaterale sotto pressione militare e finanziaria.

La dichiarazione iraniana non equivale ancora a un nuovo accordo. Indica però che la diplomazia resta disponibile come via d’uscita. La tenuta di un eventuale cessate il fuoco dipenderà dalla capacità delle due parti di trasformare il principio di reciprocità in impegni simultanei, controllabili e politicamente sostenibili.

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