La capacità dell'Iran di usare lo Stretto di Hormuz come leva negoziale mostra segnali di indebolimento. Teheran ha ostacolato il traffico e aumentato il rischio per le navi, ma non è riuscita a imporre una chiusura completa e duratura del passaggio energetico più importante del Golfo.
Secondo l'analista Arash Azizi, l'equilibrio di potere si è spostato parzialmente contro l'Iran. I mercati hanno iniziato ad adattarsi, gli operatori selezionano rotte e scorte alternative e il blocco navale statunitense riduce le entrate e la capacità di esportazione iraniana.
Tre fonti iraniane di alto livello descrivono la pressione americana come sempre più difficile da sostenere. La scarsità di carburante, l'aumento dei prezzi interni e i limiti logistici trasformano il controllo dello Stretto in un'arma costosa anche per chi tenta di esercitarlo.
Teheran continua però a minacciare nuove zone interdette e attacchi contro infrastrutture energetiche statunitensi nel Golfo. L'obiettivo è dimostrare che l'Iran conserva la capacità di imporre costi e che nessuna architettura di sicurezza regionale può escluderlo.
L'ex negoziatore americano Dennis Ross invita a non sottovalutare la resilienza iraniana. Il regime ha spesso assorbito pressioni economiche superiori alle attese e potrebbe scegliere di prolungare la crisi, confidando nei costi politici ed energetici sostenuti dagli Stati Uniti.
La partita su Hormuz entra quindi in una fase diversa: meno fondata sulla minaccia di una chiusura totale e più su una guerra di logoramento tra blocco, attacchi selettivi, rotte alternative e diplomazia coercitiva.
