Nel passaggio dedicato agli Stati Uniti, Dario Fabbri rovescia una spiegazione molto diffusa: Donald Trump non sarebbe l’origine della frattura tra Washington e una parte dell’Europa, ma l’incarnazione politica di un sentimento già presente nella società americana.

Il punto sposta l’analisi dalla personalità del presidente alle forze che gli sopravvivono. Se le domande di decine di milioni di elettori non sono state inventate da Trump, la loro pressione sulla politica estera americana può continuare anche oltre la sua figura.

Fabbri collega questa trasformazione alla Cina. Nella sua lettura, gli Stati Uniti considerano sempre più probabile un confronto prolungato con Pechino e guardano agli alleati europei chiedendosi quale contributo militare, industriale e strategico possano offrire.

Da qui nasce una parte dell’irritazione americana verso l’Europa occidentale: Washington ha sostenuto per anni un ordine fondato sull’apertura economica e sulla riduzione del rischio geopolitico; ora pretende che gli europei recuperino capacità che quello stesso ordine aveva reso meno urgenti.

Gli interessi non coincidono del tutto. Gli Stati Uniti vogliono concentrare risorse sull’Indo-Pacifico e trasferire maggiori responsabilità agli alleati. I governi europei cercano invece di preservare protezione americana, benessere economico e margini diplomatici senza accettare automaticamente ogni priorità di Washington.

Definire Trump un sintomo non significa negarne l’impatto sulle decisioni. Significa riconoscere che la disputa transatlantica non si esaurisce in un mandato presidenziale: riguarda il modo in cui gli Stati Uniti ridefiniscono costi e utilità delle alleanze davanti all’ascesa cinese.

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