«Il mondo è davvero nel caos?» Nel passaggio scelto, Dario Fabbri risponde di no. La sensazione di disordine, sostiene, nasce anche dall’inadeguatezza degli strumenti con cui l’Occidente prova a interpretare una fase diversa da quella successiva alla Guerra fredda.
La chiave proposta è quella dell’egemonia contestata. Gli Stati Uniti restano la potenza centrale del sistema internazionale, ma non esercitano più lo stesso timore reverenziale di vent’anni fa. Altri attori possono quindi mostrare interessi, ambizioni e dissenso senza nasconderli dietro un’accettazione formale della leadership americana.
Questo non equivale a descrivere un mondo già post-americano. Un’egemonia contestata è ancora un’egemonia: Washington conserva capacità militari, finanziarie, tecnologiche e diplomatiche difficili da eguagliare. A cambiare è il margine entro cui potenze regionali e grandi rivali ritengono possibile sfidarne le preferenze.
La conseguenza è un sistema più esposto a crisi simultanee e a interpretazioni concorrenti. Cina, Russia, Iran, potenze medie e alleati degli Stati Uniti non si muovono tutti verso lo stesso ordine alternativo; cercano piuttosto di ampliare il proprio spazio d’azione, spesso senza una regia comune.
La lettura di Fabbri invita quindi a distinguere il caos percepito dalla struttura dei rapporti di forza. Gli eventi possono apparire scollegati, ma acquistano coerenza se osservati come manifestazioni di una maggiore competizione intorno alla centralità americana.
È un’interpretazione, non una previsione automatica. Non stabilisce chi prevarrà né implica che ogni crisi derivi dallo stesso confronto. Offre però una cornice utile per capire perché il sistema internazionale appaia oggi più rumoroso, instabile e apertamente conflittuale.