Nel segmento dedicato all’Iran, Dario Fabbri contesta un passaggio logico ricorrente nel dibattito occidentale: dall’esistenza di una forte opposizione alla teocrazia si deduce spesso che quella stessa opposizione voglia riprodurre istituzioni, valori e stili di vita occidentali.
Le due cose non coincidono. Una società può rifiutare un regime, chiedere diritti o desiderare un ricambio politico senza per questo rinunciare alla propria storia, al nazionalismo, alla religione o a forme di organizzazione diverse da quelle europee e nordamericane.
L’errore diventa strategico quando una preferenza attribuita dall’esterno viene trattata come un dato. Se una guerra, una campagna di pressione o un progetto di cambio di regime si fondano sull’idea che la popolazione accoglierà automaticamente il modello del promotore, il rischio di valutare male consenso, resistenza e conseguenze cresce rapidamente.
Fabbri richiama inoltre un problema di osservazione. Le proteste sono visibili e politicamente rilevanti, ma non rappresentano da sole l’intera società. Le opinioni di chi non scende in piazza sono più difficili da misurare; trasformare il silenzio in consenso per una soluzione occidentale è quindi una deduzione, non una prova.
Gli attori coinvolti perseguono interessi differenti. Le opposizioni iraniane non sono un blocco unico; le élite della Repubblica islamica mirano alla sopravvivenza del sistema; le potenze esterne cercano sicurezza, deterrenza e influenza regionale. Ridurre questo intreccio a uno scontro tra regime e popolazione occidentalizzata cancella le fratture reali.
La tesi di Fabbri non assolve la repressione né nega il dissenso. Invita a separare il giudizio sul regime dalla conoscenza della società: una distinzione indispensabile per evitare che desideri e categorie occidentali vengano scambiati per la volontà politica di un altro Paese.