Le guerre non si vincono semplicemente contando i chilometri conquistati. È questa la chiave con cui Dario Fabbri legge il conflitto in Ucraina nella puntata del 6 ottobre 2026 di Fin che la barca va, il programma di Piero Chiambretti su Rai 3. Sul battello che ospita le interviste lungo il Tevere, l’analista mette in relazione la guerra russa, la competizione tra Stati Uniti e Cina e le difficoltà dell’Europa a ritrovare una propria capacità strategica.
Il confronto alterna battute e domande dirette a risposte sulle grandi potenze. Il tema ricorrente è il rapporto tra forza e progetto politico: possedere territorio, strumenti militari o ricchezza non basta, se questi mezzi non consentono di ottenere il risultato cercato.
Russia: avanzare non significa raggiungere gli obiettivi
Fabbri sostiene che Mosca possa guadagnare terreno e, nello stesso tempo, trovarsi in difficoltà sul piano strategico. Il suo ragionamento parte dalla distinzione tra risultati tattici e obiettivi politici. La Russia occupa territori sottratti all’Ucraina; questo, nella sua lettura, non dimostra che abbia realizzato il progetto con cui era iniziata l’invasione.
Rifiuta una lettura della guerra come semplice punteggio territoriale. L’analista richiama l’obiettivo di arrivare a Kiev, rovesciare il governo ucraino e allontanare il paese dall’Occidente. È rispetto a quel disegno, e non soltanto alla mappa del fronte, che propone di valutare l’esito del conflitto.
Un altro elemento del suo giudizio è l’allargamento della NATO. Finlandia e Svezia sono entrate nell’Alleanza rispettivamente il 4 aprile 2023 e il 7 marzo 2024. Fabbri considera questa espansione un risultato contrario all’intento russo di ridurre la presenza occidentale nel proprio spazio di sicurezza. La definizione di una Russia strategicamente perdente resta la valutazione dell’analista, distinta dal dato verificabile delle nuove adesioni.
Mosca e pechino: il problema americano
Il rapporto con la Cina è il secondo passaggio decisivo. Secondo Fabbri, la guerra ha rafforzato la dipendenza di Mosca da Pechino, trasformando la Russia nel socio di minoranza del rapporto bilaterale.
L’analista interpreta in questa prospettiva l’interesse americano a riavvicinare la Russia. Per Washington, sostiene, una convergenza stabile tra due rivali costituisce un problema: la logica strategica suggerirebbe di separarli, anziché favorire il loro avvicinamento. Il negoziato sull’Ucraina entra quindi in una competizione più ampia, nella quale la Cina rimane un riferimento centrale.
Anche il rapporto Russia–Germania viene letto attraverso gli interessi materiali. Fabbri richiama il precedente scambio tra energia russa e tecnologia tedesca e interpreta l’ostilità di Putin verso la dirigenza di Berlino alla luce della rottura di quel legame. È una spiegazione delle motivazioni che l’analista attribuisce al Cremlino, non una dichiarazione diretta di Putin.
La promessa occidentale e la sfida cinese
Alla domanda sulla supremazia occidentale, Fabbri risponde criticando l’aspettativa maturata dopo la Guerra fredda: l’idea che il mondo avrebbe progressivamente adottato il modello americano, facendo dell’economia la dimensione dominante della vita internazionale.
Nella sua ricostruzione, quella promessa ha contribuito a lasciare l’Europa impreparata al ritorno della competizione tra potenze. Gran parte del mondo, osserva, non aspira a diventare occidentale. La sfida con la Cina riporta al centro difesa, identità collettive e capacità di sostenere il conflitto.
Il passaggio riguarda soprattutto l’Europa: se gli Stati Uniti chiedono agli alleati maggiori risorse e maggiore impegno, affidarsi alla sola prosperità economica non offre una risposta sufficiente ai problemi di sicurezza.
Zelensky: il coraggio e il ruolo politico
Alla domanda se Zelensky sia un eroe o una vittima, Fabbri riconosce il coraggio mostrato all’inizio dell’invasione, quando il presidente ucraino rimase nel paese. Richiama anche la celebre risposta sulla necessità di ricevere armi anziché un passaggio per fuggire, precisando nel dialogo di non poterne garantire l’esatta autenticità.
Il giudizio sulla fase successiva è diverso dalla rappresentazione di un leader soltanto passivo: Fabbri lo descrive come un attore che continua a svolgere il proprio ruolo politico. L’intervista collega così le scelte personali alla capacità di rappresentare un paese in guerra, senza ridurre tutto alla contrapposizione tra eroismo e vittimismo.
Trump: posizioni mobili e intelligenza politica
Il ritratto di Donald Trump è costruito intorno alla capacità di cambiare posizione. Fabbri gli riconosce un’intelligenza politica legata alla disponibilità a modificare messaggi e richieste quando non producono il risultato desiderato.
L’analista descrive un leader che non rimane prigioniero delle proprie istanze. Una dichiarazione può essere sostituita dalla successiva, anche di segno diverso, in funzione delle circostanze. Nella stessa chiave interpreta l’alternanza di critiche ed elogi verso Giorgia Meloni.
Per chi deve rapportarsi a Washington, la conseguenza suggerita da questa lettura è concreta: le parole del presidente vanno considerate insieme agli interessi e alle pressioni del momento, senza attribuire automaticamente a ogni giudizio il valore di una linea duratura.
Hormuz e la difficoltà di prevedere la pace
Chiambretti chiede anche quando finiranno le guerre in Ucraina e in Iran. Fabbri evita di indicare una scadenza certa. Per il fronte ucraino richiama il possibile rilancio dei negoziati durante l’inverno: è una prospettiva condizionata, non l’annuncio di un accordo imminente.
Sul Medio Oriente, concentra l’attenzione sullo Stretto di Hormuz. Nella sua analisi, la posta americana non coincide soltanto con ciò che transita nello stretto, ma con la capacità degli Stati Uniti di controllare i mari e garantire il proprio ruolo globale.
Il controllo delle rotte diventa così una questione di potenza, oltre che di energia. Fabbri collega la difficoltà di chiudere il conflitto al costo strategico che Washington attribuirebbe alla perdita di quel controllo. Anche questo passaggio esprime la sua interpretazione dello scenario e delle intenzioni americane.
L’italia tra difesa, alleanze e consenso
La domanda sull’esercito italiano porta il discorso su un terreno vicino al pubblico. Fabbri descrive forze preparate e capaci, ma limitate nei numeri e nei mezzi, cresciute in una fase nella quale la funzione di combattimento sembrava destinata a perdere centralità.
Aggiunge un punto politico: uno sforzo militare non può prescindere dal coinvolgimento dell’opinione pubblica. Le capacità operative dipendono quindi anche dalla disponibilità della società a sostenerle.
Per l’Italia, la lettura dell’intervista mette insieme tre problemi: valutare gli impegni nella NATO, comprendere come la competizione tra potenze condizioni l’Europa e collegare le scelte di difesa a obiettivi spiegabili ai cittadini. Sono implicazioni editoriali del ragionamento di Fabbri, non nuove decisioni del governo.
La puntata lascia aperta una domanda: quali risultati politici si cercano quando si parla di vittoria, sicurezza o pace? È su questo terreno che Fabbri invita a spostare l’attenzione, oltre il conteggio dei territori e oltre le dichiarazioni del giorno.



