Zhang Youxia e Liu Zhenli sono stati rimossi dalla Commissione militare centrale dello Stato dopo l’apertura di indagini per gravi violazioni della disciplina e della legge. L’uscita simultanea di due figure così importanti rappresenta uno dei passaggi più radicali nella riorganizzazione dell’Esercito popolare di liberazione.
Zhang era il vicepresidente anziano della Commissione, membro dell’Ufficio politico e il militare in uniforme più alto in grado del Paese. La sua esperienza operativa e i rapporti di lunga data con Xi Jinping rendevano la sua posizione apparentemente molto solida, trasformando la caduta in un segnale rivolto all’intero apparato.
Liu guidava il Dipartimento di stato maggiore congiunto, la struttura che coordina pianificazione operativa, intelligence e impiego congiunto delle diverse forze. La sua rimozione incide quindi sul centro incaricato di trasformare le decisioni politiche in capacità militare concreta.
Dopo le epurazioni, la Commissione statale formalmente attiva si riduce drasticamente e concentra il potere attorno a Xi e a Zhang Shengmin. La posizione parallela dei generali negli organismi del Partito resta meno trasparente, ma l’effetto politico è già evidente: nessun rango garantisce protezione.
La spiegazione ufficiale richiama la campagna contro la corruzione, un problema reale in un sistema attraversato da grandi programmi di riarmo, appalti complessi e reti di promozione personali. Xi considera questi circuiti una minaccia sia all’efficienza sia al controllo del Partito sulle forze armate.
La portata delle rimozioni indica però una verifica più ampia della lealtà. Controllare avanzamenti di carriera, acquisti e catene di comando significa impedire che dentro l’Esercito si consolidino centri di potere capaci di resistere alla leadership politica.
Dal 2023 la campagna ha già coinvolto ministri della Difesa, comandanti della Forza missilistica e responsabili degli equipaggiamenti. La modernizzazione militare ha prodotto capacità nuove, ma anche opacità, rendite e dubbi sull’affidabilità delle informazioni che risalgono fino al vertice.
Una catena di comando più fedele può rafforzare l’obbedienza politica, ma le rimozioni continue hanno un costo. La perdita di esperienza, la paura di assumere iniziative e l’incertezza sulle promozioni possono rallentare la preparazione e indebolire la fiducia tra i comandi.
Le conseguenze su Taiwan restano ambigue. Nel breve periodo la riorganizzazione può complicare pianificazione e coordinamento; nel lungo periodo Xi potrebbe ottenere una forza più disciplinata e allineata alle sue direttive, proprio mentre aumenta la pressione militare nello Stretto.
La scelta è comunque chiara: la leadership preferisce svuotare e ricostruire il vertice piuttosto che tollerare dubbi sulla sua affidabilità. La stabilità dell’Esercito cinese dipenderà ora dalla capacità di sostituire rapidamente i generali rimossi senza trasformare il controllo politico in paralisi operativa.
