Il confronto sugli squilibri commerciali è entrato al centro del G20. Un ampio gruppo di Paesi ha indicato la capacità produttiva cinese e la forza delle esportazioni come uno dei fattori che stanno ampliando gli squilibri globali, soprattutto nei settori industriali dove Pechino dispone di grandi economie di scala.

La Cina ha respinto l'accusa, sostenendo che la competitività delle proprie imprese non possa essere trattata come una distorsione automatica. Il ministero del Commercio ha descritto le critiche come una nuova forma di protezionismo e ha difeso il diritto delle aziende cinesi a competere sui mercati internazionali.

Dietro lo scontro c'è una divergenza più profonda. Stati Uniti ed Europa chiedono alla Cina di sostenere maggiormente i consumi interni e ridurre il peso della produzione destinata all'estero. Pechino teme invece che questo linguaggio venga usato per giustificare dazi, restrizioni tecnologiche e barriere agli investimenti.

La discussione del G20 mostra anche quanto sia difficile costruire una risposta comune. Paesi emergenti che dipendono da macchinari, pannelli solari, veicoli e componenti cinesi hanno interessi diversi rispetto alle economie avanzate che vedono la propria industria direttamente esposta alla concorrenza.

Pechino ha collegato il clima commerciale alla nuova pressione americana sull'Iran, criticando le sanzioni secondarie contro operatori che continuano a commerciare con Teheran. Per la Cina, l'uso extraterritoriale delle sanzioni e l'accusa di sovracapacità fanno parte della stessa tendenza a limitare il suo spazio economico.

Il nodo per l'Europa resta particolarmente delicato: contenere gli effetti della sovrapproduzione senza interrompere filiere dalle quali dipendono transizione energetica e manifattura. Il G20 fotografa così un sistema commerciale sempre meno governato da regole condivise e sempre più dalla sicurezza economica.

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