La Cina ha reagito duramente alla partecipazione di rappresentanti taiwanesi al Forum delle Isole del Pacifico ospitato da Palau. L’inviato cinese per gli affari del Pacifico Qian Bo ha definito la presenza di Taipei molto inappropriata e ha affermato che vi saranno conseguenze, pur negando che le sue parole costituiscano una minaccia.
Taiwan ha respinto la contestazione. Il ministro degli Esteri Lin Chia-lung ha rivendicato la legittimità della partecipazione e accusato Pechino di voler dividere una regione nella quale Taipei mantiene relazioni diplomatiche, programmi di sviluppo e una rete di cooperazione consolidata.
La scelta di Palau come sede rende il confronto particolarmente significativo. Il piccolo Stato insulare riconosce formalmente Taiwan e considera il rapporto con Taipei parte della propria autonomia diplomatica. Per la Cina, invece, ogni spazio internazionale concesso a rappresentanti taiwanesi mette in discussione il principio dell’unica Cina.
Le isole del Pacifico sono diventate un terreno di competizione tra Cina, Taiwan, Stati Uniti e Australia. Pechino offre infrastrutture, credito e accordi di sicurezza; Washington e Canberra rafforzano aiuti, presenza diplomatica e cooperazione strategica; Taipei cerca di conservare i pochi alleati ufficiali rimasti.
Il confronto non riguarda soltanto il riconoscimento diplomatico. Porti, telecomunicazioni, rotte marittime, pesca e accesso militare attribuiscono a questi arcipelaghi un valore molto superiore alle loro dimensioni. Ogni nuova partnership può modificare gli equilibri in un’area decisiva tra Asia e continente americano.
Le parole di Qian Bo mostrano che Pechino intende aumentare il costo politico della presenza taiwanese negli organismi regionali. La risposta di Taipei segnala però che Taiwan non vuole arretrare. Il Forum di Palau diventa così un altro episodio della competizione per stabilire chi possa rappresentare la Cina e influenzare il futuro del Pacifico.
