La Banca centrale europea ha aumentato di 25 punti base il tasso sui depositi, portandolo dal 2,25% al 2,50%. È il secondo rialzo del 2026 e risponde alla nuova accelerazione dell’inflazione, salita oltre il 3% nell’Eurozona soprattutto per l’aumento dei prezzi di petrolio e gas legato alla guerra con l’Iran e alle tensioni sulle rotte del Golfo.
La BCE prevede ora un’inflazione media del 3,0% nel 2026 e del 2,5% nel 2027, ancora sopra l’obiettivo del 2%. La stima di crescita per quest’anno è stata lievemente alzata dallo 0,8% allo 0,9%. Christine Lagarde ha ribadito che le prossime decisioni dipenderanno dai dati, senza indicare una traiettoria automatica per i tassi.
Il quadro resta diverso dalla crisi del 2022: l’inflazione di fondo e la crescita dei salari mostrano segnali più moderati, ma l’energia può trasferire nuovi rincari a trasporti, produzione e consumi. I rendimenti dei titoli di Stato europei sono saliti, anticipando condizioni finanziarie più restrittive anche senza ulteriori interventi immediati della banca centrale.
Perché conta per l’Italia: tassi più alti aumentano il costo dei mutui, del credito alle imprese e del rifinanziamento del debito pubblico. Per un Paese importatore di energia e con un elevato rapporto debito/PIL, la combinazione tra petrolio caro e politica monetaria restrittiva riduce i margini fiscali e rende ancora più urgente diversificare forniture e consumi.
